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Per Tom Benetollo


Per Tom Benetollo

Roma 22 giugno 2004
di Nuccio Iovene

Tom ci ha lasciati. All'improvviso. Ancora stentiamo a credere che possa essere veramente successo. Ci ha lasciati mentre lavorava, partecipando sabato ad un convegno sulla democrazia, e di passaggio da altre due iniziative.
Come ha sempre fatto da quando l'ho conosciuto, da quando l'abbiamo conosciuto. Non si è mai risparmiato Tom e viveva la sua vita come una missione, ma non solitaria, sempre collettiva, invece. Il cui luogo privilegiato, ma non unico, era l'ARCI. Dell'ARCI, da sette anni, dal Congresso di Roma del 1997, era Presidente Nazionale. Presidente della più grande e radicata associazione laica e di sinistra del nostro Paese. Un'associazione che ha saputo mantenere salde le proprie radici in quel movimento diffuso di Case del Popolo, circoli e Società di Mutuo Soccorso che le diedero vita nel 1957 ed al contempo rinnovarsi profondamente divenendo luogo permanente di sperimentazioni, incontri, partecipazione che hanno segnato in maniera significativa la cultura, il costume, i movimenti, sia antichi che recenti, del nostro Paese con tale profondità da non farci quasi caso.
E di tutto questo, negli ultimi venti anni, Tom è stato il protagonista principale.
Tom all'ARCI è arrivato nel 1987. Ricordo ancora la Direzione Nazionale in cui votammo la sua "cooptazione", provenendo da una lunga esperienza e militanza nella FGCI prima e nel PCI poi.
Tom, lui di Vigonza, scoprì il PCI a Padova, all'università, nel 1970. Amava gia allora i Rolling Stones e da allora non ha mai smesso di farlo, ed era affascinato dal "movement" americano degli anni '60 prima ancora che da quello più ideologico del '68 italiano ed europeo. Dà una mano alla redazione veneta dell'Unità e nel 1973 si iscrive alla FGCI. E con la FGCI di Padova dà vita ad un giornale, che ebbe grande successo in città, e che si chiamava "Collettivo", termine profetico, che lo accompagnerà per tutta la sua vita. Fu tra il 1977 ed il 1978 che decise che la sua passione politica sarebbe potuta diventare una scelta di vita. Prima funzionario nella segreteria regionale della FGCI del Veneto, poi segretario regionale, poi a Roma nel 1981 come responsabile esteri della FGCI nazionale.
 Padova negli anni '70 era il crocevia della strategia della tensione, dei Freda e Ventura, e dell'autonomia. Lì più che altrove prese corpo la teoria, già allora assai discutibile, "degli opposti estremismi". Cominciò da lì il percorso verso la non violenza ed il pacifismo di Tom, che cercava sempre di comprendere le ragioni profonde di quanto accadeva e non dare mai, di fronte ai problemi nuovi, risposte scontate.
Ed a Roma, dal 1981, occupandosi di politica estera, Tom comincerà a lavorare su questioni che non smetterà mai più di frequentare. A partire dal movimento europeo contro l'installazione del SS 20 e dei pershing e cruise, che ebbe in Italia - a Comiso - un suo momento cruciale agli inizi degli anni '80 e che consentì la nascita di un nuovo movimento pacifista che reclamava la denuclearizzazione dell'Europa, dall'atlantico agli urali, molti anni prima della caduta del muro di Berlino, e di cui Tom ha riparlato nella sua relazione all'ultimo congresso dell'ARCI, a Vico Equense nel 2002.
Tom prima e meglio di altri si era accorto di quanto il mondo fosse piccolo ed i problemi globali. Non c'era causa che riguardava i diritti dei popoli che non lo vedesse informato e partecipe (dall'aparthaid ai sarahawi, dalla Palestina alla Bosnia), facendo diventare l'ARCI la principale associazione di solidarietà internazionale italiana, la sua personale "nuova frontiera". E di tutto questo si occupava sempre in maniera non burocratica e non ideologica.
Ricordo con quanto orgoglio mostrasse agli amici la grande foto di un congresso internazionale a Mosca nei primi anni '80, pubblicata sulla Pravda se ben ricordo, con tutti i delegati in piedi ad applaudire e lui, solo, con le mani incrociate. Se c'era un aggettivo identificativo che usava per se era: berlingueriano. "Io sono un berlingueriano": lo ripeteva spesso, almeno a me, anche tanti anni dopo la morte di Enrico Berlinguer. E le cose che con lui aveva in comune erano proprio la mitezza, la riservatezza, la totale dedizione, la forte determinazione.
Doti sempre più rare nella politica e nella vita sociale.
Doti che lo hanno fatto amare, senza bisogno di apparire o di avere "potere", quand'era in vita e che oggi, che ci ha lasciati improvvisamente, gli fanno tributare quella stima e quell'affetto, così grandi e generalizzati, che avvertiamo.
Quando arrivò all'ARCI nel 1987, dopo che da responsabile esteri della FGCI era passato, nel 1983, a lavorare alla sezione esteri della Direzione del PCI, aveva maturato con il suo partito incomprensioni e discussioni sul movimento della pace, sulla sua natura, sulla sua funzione, sulla sua potenzialità. Allora, dobbiamo dire, come oggi. Ed all'ARCI, che si trovava in un momento non facile, era la fine degli anni '80, facemmo una scommessa: quella di non contemplare l'ombellico delle nostre difficoltà, ma provare a ridare un senso alla "nostra" associazione, ridare slancio e fiducia, e nuovo smalto ad una storia gloriosa, lunga e forse anche per questo un po' segnata dalla stanchezza.
Quella di quegli anni fu innanzi tutto l'occasione di un grande rinnovamento e di una grande apertura, a persone e temi nuovi. Cito a memoria le cose che con Tom abbiamo vissuto da allora, e che in queste ore, dalla notizia del suo malore e poi della sua morte, sono tornate nella mia mente, e sono sicuro nella mente di tanti di voi.
Salaam ragazzi dell'Ulivo, la prima grande campagna di adozione a distanza, Time for Peace a Gerusalemme e poi a Sarajevo, le grandi mobilitazioni contro il razzismo e per avere una legge civile sull'immigrazione, ma anche i campi di prima accoglienza di Villa Literno, l'impegno per la libertà dell'informazione e quello per una robusta vita democratica basata su un associazionismo diffuso e protagonista nel territorio. So bene che si potrebbe continuare ancora a lungo e che alla fine ci sarebbe sempre qualcuno di voi pronto ad aggiungere una iniziativa, una occasione, un aneddoto sfuggito all'elenco. Ustica, Libera - l'associazione contro le mafie, il Forum del Terzo Settore, l'ICS, il Forum Sociale Mondiale, le marcie Perugia - Assisi, la Banca Etica e il commercio equo e solidale, la verità sui fatti di Genova e sulla morte di Carlo Giuliani ...
Tom era uomo di forti legami sociali: passava il tempo a costruirli, curarli, immaginarli, sperimentarli. In un tempo in cui la tendenza prevalente va in direzione opposta e le relazioni sono sempre più fragili e precarie. Tom continuava ad investire su di esse.
E non solo all'esterno della sua associazione, con le altre associazioni, con il sindacato (la CGIL in primo luogo), con il mondo politico, con tutti coloro che anche individualmente potevano essere coinvolti in una buona causa. Ma anche nell'ARCI profonda dei circoli e dei territori che non si stancava mai di girare e di conoscere, contribuendo a costruire un senso di appartenenza all'associazione che non ha precedenti e ricevendone in cambio un riconoscimento di leadership unanime e diffusa.
Tom era un artigiano della politica: come ogni buon artigiano curava personalmente ogni suo pezzo, e così questo diventava unico, acquistava la sua impronta decisa. Non c'era manifestazione a cui l'ARCI partecipasse nella quale lui non ne curasse direttamente la presenza; non c'era manifesto o pubblicazione dell'ARCI che non lo vedevano direttamente impegnato nello loro cura, e così per i convegni, o le altre iniziative. E tutto questo non per se, per la sua visibilità, ma per quella dell'ARCI, la sua associazione, e per la squadra di cui si sentiva fino in fondo partecipe.

Della politica perché Tom, neanche per un istante ha mai pensato che quello che faceva quotidianamente fosse diverso o meno importante o altra cosa rispetto alla politica.
Anzi si è sempre battuto perché i movimenti, il lavoro associativo, l'azione sociale acquisissero piena e definitiva cittadinanza politica.
Tom era un uomo di frontiera , un uomo che coltivava le contaminazioni culturali e politiche, che lavorava ad abbattere i muri - da quelli concreti a quelli metaforici - e quelli che ognuno costruisce dentro la propria mente, inseguendo le proprie paure, ed il suo pacifismo era innanzi tutto praticato, prima che predicato. Per questo più credibile ed autorevole ovunque andasse a promuoverlo e a parlarne. E l'unità della sua associazione, che ha resistito ai litigi e alle incomprensioni così profonde a sinistra, era il frutto di questo suo meticoloso lavoro.
Tom era un uomo colto ed innovativo : disseminava perle di saggezza e di sapere senza sottolinearlo in alcun modo, le lasciava lì in un articolo, in un intervento, in una lettera privata, in un colloquio. C'è questa del "lampadiere" che vede poco davanti a se, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri che l'ARCI ci ha fatto conoscere in questa tragica occasione. Io ricordo tra le tante quella che propose all'ultimo congresso, nella sua relazione, mutuando una provocazione del poeta premio Nobel Josip Brodskij, che sosteneva che la poesia è l'unica assicurazione disponibile contro le volgarità del cuore umano e perciò i libri di poesia avrebbero dovuto essere serviti a domicilio, come le bottiglie di latte in Inghilterra, o come l'energia elettrica.
E propose all'ARCI, a tutti noi: "Facciamo come Berkeley: scegliamo un giorno, volantiniamo poesie per le strade e nei luoghi di aggregazione. Vogliamo spiazzare anche così il conformismo. E' un modo in più per rilanciare il nostro impegno per valorizzare la letteratura (e la lettura)".
Ecco Tom, io scelgo questo giorno per raccogliere il tuo invito, ho scelto una poesia di Giorgio Caproni, questa:

CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO
di Giorgio Caproni

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giú la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po' di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l'ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era cosí bello parlare
insieme, seduti di fronte:
cosí bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell'inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch'io mi domando perché
l'ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l'avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l'uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch'essa è
nel corridoio, mi sento
piú sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, ch'era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su piú d'un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos'importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l'ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sí lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m'ha chiesto s'io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all'amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che piú forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento. 

Noi proseguiremo lungo la strada che tu ci hai indicato, anche se, senza di te, ci sentiamo e ci sentiremo tutti più soli.
Lo sono innanzi tutto tua mamma, Italia, le tue sorelle Marta e Daniela, i tuoi nipoti, e soprattutto Eva e il piccolo Gabriele.
A loro non mancherà mai il nostro affetto ed il nostro amore.
Quell'amore e quell'affetto che tu hai saputo dare a noi, senza farlo mancare mai e che noi serberemo nei nostri cuori e nelle nostre menti.
Grazie Tom per quello che sei stato.
E permettici di salutarti come tu avresti fatto con ciascuno di noi, come tante volte hai fatto: CIAO VECCHIO!

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