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Faenza - Rassegna cinematografica SpiritualmenteReale

19-02-2009


SpiritualmenteReale:
esperienze religiose nel cinema contemporaneo


Rassegna cinematografica sul tema religioso che si svolgerà alle ore 21,00 presso il cinema Sarti, in via Scaletta 10, a Faenza. Tutte le proiezioni sono ad ingresso gratuito.


Da lungo tempo il cinema ci attesta che, nonostante il cielo svuotato dall’eclissi o dalla morte del Dio, lo spirito continua a soffiare tra gli uomini, quando dove e come vuole.

Calendario

 

19 febbraio 2009 - ore 21

VIAGGIO ALLA MECCA di Ismaël Ferroukhi (105')

presentazione a cura del giornalista e scrittore Tahar Lamri


26 febbraio 2009 - ore 21

DERVIS-IL DERVISCIO di Alberto Rondalli (133')

presentazione a cura del regista Alberto Rondalli


5 marzo 2009 - ore 21

L' ISOLA di Pavel Lounguine (112')

presentazione a cura di un membro della Royal Asiatic Society Flavio Poli


12 marzo 2009 – ore 21

IL DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA di Robert Bresson (110')

presentazione a cura di Don Marco Ferrini

Rassegna Stampa

Viaggio alla Mecca

di Ismaël Ferroukhi

Francia - Marocco 2004

Non c'è niente di più intimo dell'abitacolo di un'automobile, nel corso di un lungo viaggio. Però si tratta d'intimità forzata per Reda e suo padre, emigrato in Francia dal Marocco: mentre il giovane proietta sul mondo una visione laica, che lo ha allontanato dalle tradizioni religiose della famiglia, l'uomo anziano desidera realizzare l'aspirazione di ogni buon musulmano: andare in pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita.Rappresentanti esemplari di un conflitto generazionale, padre e figlio salgono in auto a Marsiglia, traversano i Balcani, giungono a Istanbul, quindi proseguono per Damasco e la Mecca, dove sta confluendo un'enorme folla di fedeli. Gli inizi sono difficili: mentre il giovane pensa al sesso e non disdegna l'alcol, l'altro si raccoglie in preghiera vagheggiando solo la meta. Se lo schema dell'itinerario on-the-road comporta qualche incontro picaresco (una vecchia donna, un tipo poco raccomadabile), anche per movimentare il racconto, a prevalere è l'evoluzione del rapporto tra i due protagonisti; nel tratteggiare la quale il regista e sceneggiatore Ismael Ferroukhi, pur senza lasciarsi andare al buonismo, usa un tocco benevolo e lieve ad onta delle profonde differenze. Che si attenueranno grazie al contatto prolungato; così che Reda riesca a trovare qualcosa in cui riconoscersi nel tradizionalismo paterno; il vecchio possa cominciare ad accettare la trasformazione rappresentata dal figlio.
Pur peccando di qualche lentezza e discontinuità, Il grande viaggio è un film riuscito, gentile e fatto con amore.

Roberto Nepoti
Da La Repubblica, 5 maggio 2006


Dervis-Il derviscio

di Alberto Rondalli

India 2001

Non capita tutti i giorni di vedere un film di produzione italiana parlato in turco e ambientato a cavallo del Novecento in Anatolia. Ma non è solo per questo che Il derviscio, terza e ultima pellicola nostrana in concorso al Festival, ha suscitato grande interesse. A ispirare l'intensa opera prima di Alberto Rondalli, regista di teatro e autore di un premiato mediometraggio Quam Mirabilis (1993), c’è un bellissimo romanzo, Il derviscio e la morte del bosniaco Mesa Selimovic (1910-1982), edito da Baldini & Castoldi: dove il protagonista Ahmed Nurettin, capo (sceicco) della comunità derviscia (setta religiosa musulmana di tendenza mistica) di una provincia dell'Impero Ottomano, ripercorre la propria parabola dalla luce alle tenebre, dalla fede al dubbio, dalla padronanza di sé all'autodistruzione. Con felice senso drammaturgico Rondalli ha condensato le 410 pagine del libro, che nell'ex Jugoslavia è popolarissimo, in una struttura essenziale, in cui la storia particolare emerge come metafora della condizione umana. Vivendo distaccato dal mondo, assorbito nei rituali della meditazione e della preghiera, Nurettin si attiene rigidamente alla legge del Corano ritenendosi uomo probo. Ma quando il fratello viene arrestato senza aver commesso colpa alcuna, lo sceicco è costretto a uscire dal suo guscio e a confrontarsi con le contraddizioni e la brutalità del reale. La scoperta che la legge non è garanzia di giustizia, genera in lui una crisi profonda: come Amleto, Ahmed si dibatte a lungo prima di risolversi a passare all'azione. E quando infine, sulla spinta dell'odio, decide di vendicarsi si ritrova egli stesso impastoiato nei meccanismi perversi del potere e pronto a vendere la pelle del suo unico amico. [...] Spostata l'ambientazione dalla Bosnia alla Cappadocia, il film è girato nei luoghi veri con la consulenza dei dervisci Kemal Karaoz e Nehmet Fatih Citlak che hanno anche composta la straordinaria colonna sonora. Però la messa in scena è caratterizzata da un respiro narrativo lento e interiorizzato che trasporta la vicenda sul piano della riflessione esistenziale: se è vile stare fuori dal mondo, è possibile stare nel mondo senza sporcarsi le mani? In un ottimo cast turco, lo spagnolo Antonio Buil Puejo, attore dell'Odin Theatre, impersona (doppiato) Nurettin sul filo costante dell'ambiguità, conferendogli lo spessore di una potente fisicità.

Alessandra Levantesi
Da La Stampa, 12 Agosto 2001


L'Isola

di Pavel Lounguine

Russia 2006

Seconda guerra mondiale: un marinaio russo, minacciato dal nemico, spara a un proprio superiore. Da quel momento vivrà, lacerato dalla colpa, su un'isola in cui alcuni monaci ortodossi gli danno rifugio, divenendo monaco lui stesso. All'inizio degli anni Settanta, il teologo Francesco Cacucci scriveva: «Il cinema ritornerà a essere sacro o religioso se accetterà di cominciare, o ricominciare dall'uomo» (Teologia dell'immagine, ed. i 7, Roma 1971). Se c'è una ragione per cui L'isola di Lounguine ci sembra un film che si avvicina — fino a stringersi — al sacro, non è perché il protagonista è un prete ortodosso (magnifico l'ex punk convertito Pyotr Mamonov), o per certe inquadrature che richiamano icone da Andrej Rubliov. È proprio perché un monaco — santo, tormentato, faccia scavata — è soprattutto un uomo, in un'isola che sta tra acqua e cielo freddi, gelidi, proprio come la vita di ogni uomo. Nonostante tutto, si ostina a credere. Lounguine e Mamonov, uomini di fede, prestano il proprio sguardo e il proprio corpo a un cinema talmente antico, puro, fuori tempo — atto d'amore prima che di fede — da essere rivoluzionario.

Luca Barnabè
Da Ciak, maggio 2008


Il diario di un curato di campagna

di Robert Bresson

Francia 1950

In un paese della provincia francese, a contatto con un’aristocrazia corrotta e con il gretto ambiente contadino, un giovane curato, in bilico tra la decadenza fisica e la volontà di sublimarsi, rivive con fede e umiltà la passione di Cristo. Morirà in una soffitta, ospite di uno spretato. Per la prima volta il cinema ci dà non solo un film in cui i soli avvenimenti veri, i soli moti sensibili sono quelli della vita interiore, ma, più ancora, ci offre una nuova drammaturgia specificamente religiosa o, meglio, teologica: una fenomenologia della Salvezza e della Grazia. Constatiamo del resto che in questa impresa di riduzione della psicologia e del dramma, Bresson affronta dialetticamente due tipi di realtà pura. Da un lato, l’abbiamo visto, il viso dell’interprete sbarazzato di ogni espressione simbolica, ridotto all’epidermide, circondato da una natura senza artifizi; dall’altro lato quella che bisognerebbe chiamare la “realtà scritta“. Poichè la fedeltà di Bresson al testo di Bernanos, non soltanto il rifiuto di adattano ma la preoccupazione paradossale di sottolinearne il carattere letterario, è in fondo lo stesso partito preso di quando dirige gli attori e cura la decorazione. Bresson tratta il romanzo come i suoi personaggi» (André Bazin).

Massimo Magri



Cineclub Il Raggio Verde con il Patrocinio del Comune di Faenza-Assessorato alla Cultura


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